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∙Queer as Who?∙

Nel vademecum della brava checca non manca mai la serie televisiva alla quale dedicare anima e corpo, quella che viene scoperta durante l’adolescenza e che fa da guida come sorta di idolo verso cui tendere. La risposta popolare dei diciassettenni del nuovo millennio sarà probabilmente Skins, Ugly Betty o I Cesaroni; per la gioventú “diversessuale” degli anni ’90 il modello quasi unanime lo forniva Queer as Folk.

Ed io l’ho guardato solo recentemente.

L’ho visto se non altro per levarmi quel sassolino dalla scarpa che ha chi sente le cose senza conoscerle, e non può intervenire. (A me è capitato). Beh adesso che so mi prendo tutta la soddisfazione di poterne parlare e farne pure un post tutto mio. Tiè. Sulla mia opinione. Tiè. E infatti eccola.

Queer as Folk è un concentrato di banalità che viene da chiedersi come si possa andare e cosa si possa raccontare dopo solo la prima stagione (e ne hanno fatto ben cinque).

Tutto si svolge nella città di Pittsburgh, un ghetto circoscritto 100% gay friendly abitato da cinque amici: il brutto, lo sfigato, la checcona sperticata, il belloccio-tutto-lui e l’adolescente. Il primo mobile è manco a dirlo il belloccio-tutto-lui, un pubblicitario trentenne senza arte né parte che è la versione frocia dell’uomo che non deve chiedere mai: il brutto e la checcona sperticata lo amano e raccattano i suoi peggiori avanzi da discoteca; lo sfigato (figlio di una gestrice di fast food anche piú checca di lui) è sempre lí lí per averlo ma alla fine lo annusa senza alcuna conclusione; l’adolescente appena iniziato al sesso -da buon adolescente- non ha occhi che per quel bello e dannato degli anni ’40. Si direbbe a dirla tutta che il mondo intero non abbia occhi che per lui: è lui che tutti conoscono, è lui che tutti odiano, è lui che tutti vogliono ed è lui che tutti hanno (inclusi i quattro qua sopra). Ma per una volta sola.

Attorno a loro due lelle e un bambino (figlio di chi? ma del belloccio); da lí in poi l’abisso, il vuoto: qualcuno spicca per peculiarità (il drogato, la stronza e il dottore sono validi esempi) ma per il resto un grigio anonimato. La mescolanza di questi personaggi trasmettono poi realtà pratiche come la trasmissione dell’HIV, la droga e il fumo; spunti sociologici come omofobia, repressione, lavaggio del cervello, vergogna, orgoglio (di gay e lesbiche, mai si accenna a bisessuali o transgender); anche se l’argomento piú trattato rimane comunque il sesso in tutte le sue espressioni piú ferine: promiscuo, autoerotico, extraconiugale, anale, collettivo, con famosi, perverso, per soldi, nascosto, sporco, illegale, immaginario, falsato tanto che non rimane fuori neanche la minuscola parentesi sull’asfissia indotta. Una costruzione cioè di stereotipi a spizzichi e mozzichi uniti a formare un cumuletto di luoghi comuni, spesso alterando del tutto la realtà e lasciando allo spettatore una proiezione della società alternativa che origina e chiude completamente sé stessa in appena venti puntate.

Mi ci sono avvicinato incuriosito e vi dirò: non mi è piaciuto. Mi impressiona sapere che qualcuno un tempo ci si sia pure ispirato.

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