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·Tutto è bene, quel che comincia bene. (Ovvero Il riassunto delle puntate unreleased)·

Mi sono tenuto volontariamente lontano dalle scene per un po’, con la lungimiranza che da sempre mi contraddistingue, finché le cose non si sarebbero sistemate… e finalmente si sono sistemate. Tutte.

Negli ultimi tre mesi di isolamento alla Mina un sacco di belle notizie, una crescita complessiva del 700% che manco l’industria cinese.

A fine aprile ho dato il mio ultimo contributo al corso di movimento corporeo: ho partecipato come volontario per gli Special Olympics di Cagliari, un organismo umano–sovraumano che si è mobilitato per due giornate all’insegna dello sport per ragazzi con disabilità fisiche e mentali provenienti da tutta la Sardegna. Mi era già capitato in passato di buttarmi a capofitto in altri progetti ricreativi, ma sempre vissuti piú o meno attivamente dall’interno… Stavolta invece è stata la mia prima, vera esperienza completamente altruista, un puro tramite tra le persone e il loro divertimento. Mi sono messo cosí in gioco in questa e in mille altre cose come mai prima.

A maggio ho ripreso il corso di ballo latinoamericano, accanto a quello di ballo caraibico che prosegue da novembre, che è il mese topico dei cambiamenti. Dopo salsa e bachata abbiamo cominciato anche il merengue, il non plus ultra, e lí è scoppiato l’amore. Si è cominciato a parlare di gareggiare a livello agonistico, per il prossimo anno ovviamente, e devo essere sincero: l’idea mi alletta molto. A settembre saranno dieci anni tondi tondi di dedizione alla danza, e sarà il caso che io li festeggi per bene.

Da metà maggio fino al 30 giugno alla preparazione degli esami all’università, alle prove pratiche di scuola e ai due corsi di ballo si è aggiunta anche la gestione della Queeresima da parte dell’Associazione ARC che frequento ormai stabilmente: quei quaranta giorni di eventi artistici e cazzeggioni in quel di Cagliari. Mi sono prestato come volto fra i volti in “Paura di chi?”, una mostra fotografica contro l’omofobia dove in parecchi hanno confermato che avevo uno sguardo decisamente incazzato. (Sarà che era questo il mio intento?)

Ho partecipato al primo PRIDE sardo della storia, insieme ad altre 10mila persone, e scusate se è poco. Ho fatto il baraccone in versione hawaiana, su un carro multicolor mentre cantavo la qualunque… col sostegno della mia cantante preferita, la mia amica S. naturalmente.

Quest’ultimo è stato il periodo che mi ha fatto respirare vita sociale a pieni polmoni: ho collaborato con le membre ARC alle feste di autofinanziamento che organizziamo in discoteca ed agli aperitivi, e mi sono reso discotecaro a tempo perso, spettatore di episodi teatrali e anche (ma questo è un evento collaterale) comparsa in un videoclip musicale. È stato il periodo che ha visto me e i miei compagni di ballo come animatori nelle piazze della città, per delle serate che dureranno per tutta l’estate.

Ho stretto delle nuove amicizie, stabili, buone, che stanno segnando il mio 2012. Alcune invece sono tornate, altre non se ne sono mai andate e sono –se possibile– diventate ancora piú forti.

Altri ancora sono stati debellati, perché sono stanco della bontà: è la giustizia che deve guidare il mondo, e io me ne faccio carico e inizio a mandare a cagare chi merita di andare a cagare. Semplice.

Ad ogni modo vi ringrazio tutti, stronzi: baciate il culo che vedete nell’immagine uno.

Parlando di giustizia, proprio qualche giorno fa, con la complicità di dolci segret e tartine mi sono scoperto intrigato da una persona squisita che mi ha colpito ed esiste per davvero. Segni particolari: è ingegnere, dolciaio, filo–linguista ed estremamente buono. La situazione è in fase di studio, stiamo elaborando entrambi o anzi… A pensarci bene, non lo stiamo facendo proprio. La viviamo con molta naturalezza. Quel che posso dire è che pare vi sia una certa corrispondenza ed è BELLO tutto bello improvvisamente piú bello: dopo mesi di preoccupazione per il prossimo ora riesco a pensare anche a me ed è fantastico.

Un’ultima cosa. Ho aspettato otto mesi per dirlo, coscientemente, perché come in tutte le cose io preferisco seminare e curare e procedere a passi sicuri. “Come stai?” Io sto bene.

·Per dovere di cronaca·

Non sono morto; in realtà sto semplicemente curando il mio giardino.

A chiunque me lo chiede sto dicendo che questo è ancora il mio periodo di semina, anche se in realtà qualche frutto del buon lavoro lo sto già raccogliendo: per esempio quell’esame lí, a cui avevo rinunciato in tempi insospettabili, che mi sono deciso a chiudere. E l’ho chiuso, pure col botto. Ho sentito quell’energia atomica dei 17 anni, per capirci.

Alla gente dico cosí perché i frutti piú grossi degni di nota arriveranno nei prossimi mesi, con l’esplosione dell’estate. Nel frattempo tanta forza —mentale e fisica—, tanta palestra —mentale e fisica—, coccole e sempre l’onestà in tutto, con tutti… In tutto questo rimango anche il solito cazzeggione di prima, non sia mai diversamente.

Ma ho le mie soddisfazioni. Sto arrivando proprio lontano :-)

·C’è Pasqua e Pasqua·

Mi ricordo che quando ero piccolo la Pasqua iniziava davvero solo dal momento in cui mamma e papà compravano le uova di cioccolato: le mettevamo sopra i ripiani della cucina secondo l’ordine di nascita —io quindi ero il primo— e ciascuno badava al suo fino al giorno di apertura. La quaresima era quindi il countdown dei giorni che mancavano allo scarto. Gli ultimi anni ci era anche concesso di scegliere la tipologia di cioccolato (io, goloso ma astuto, ho sempre preferito la qualità alla quantità) e di solito si puntava a qualcosa che non fosse cioccolato al latte: questo perché un’altra certezza ferrea anche piú dell’ordine di esposizione delle uova era la politica Kinder di nonna, che per il pranzo pasquale ce ne portava un altro a casa.

Una volta aperto i giochi erano fatti: il cioccolato finiva conservato in un contenitore da cucina e nascosto nelle rispettive camere cosí che nessuno si potesse azzardare a rubarlo agli altri. E durava fino all’estate.

Questa tradizione è andata sfumando sempre di piú: nel 2011 abbiamo comprato le uova senza reale partecipazione e due-tre giorni prima di aprirli, aggiungiamoci pure che ora mangiamo cioccolato quando vogliamo quindi addio al gusto dell’attesa. Crescendo si è persa anche l’innocenza. Anche peggio, quest’anno il periodo è grigio persino nel parentado per cui niente quaresima, niente pranzo a casa, niente nonni, e alle uova nessuno ci ha piú voluto pensare. Eccetto me.

Io per le abitudini di cuore ho uno innato debole e in via diplomatica ho proposto che da quest’anno avrei comprato io un unico uovo famigliare, buono, di qualità e nocciolato come strapiace a me e mamma e che avremmo consumato tutti assieme in barba al consumismo. Un po’ una sciocchezza per celebrare con gratitudine l’unità e la purezza di una famiglia “piccola” com’è la mia per me.

Questo è quello che auguro a tutti: che la Pasqua sia occasione di convivere consapevolmente con la propria realtà di vita.

(Da quando mi sono sbattezzato spoglio le feste di ogni cristianeria. Rock on)

∙un passo, due passi…∙

Ieri sono stato bravo bravo bravo: tre nuovi, piccoli traguardi per me.

L’ho scientificamente testato: il lupo perde il pelo ma non il vizio. S-E-M-P-R-E. Oh, dopo due anni di tregua s’è fatta risentire quella voglia di dare un contributo artistico in piú, tanto che di nuovo mi sono affacciato con curiosità in quel laboratorio di movimento corporeo con persone disabili, cosí intenso e… boh, leggero. È stato bellissimo ritornare in questo mondo, vedere occhi nuovi e occhi vecchi ma tutti, indistintamente, lí felici cosí felici.

Infatti penso che ci andrò frequentemente.

Poi sono andato in quel paesino dal nome Mandas distante una cinquantina di Km da Cagliari, non con la mia macchina (quello sí che sarebbe stato un GRAN traguardo!) ma è comunque il primo paesino che visito da mesi e mesi, dopo un anno —il 2011— di continue trasferte in terra di Sardegna per amore e per amore del teatro. Stavolta però l’amore non c’entrava proprio niente: ero lí per un compleanno, e che compleanno! Giulia-dolce-Giulia che compie 18 anni… Anche se poi una liaison dangereuse seria quasi quasi ci scappava. Ma sono troppppo bravo.

Infine, quello piú importante di tutti: Giorgia è tornata sul mio iPod!!! Dietro le apparenze, diciamocelo, era un album troppo bello per essere ulteriormente trascurato, anche se è e sempre sarà incollato ai mille ricordi dello scorso autunno… Adoro, cavolo, adoro ADORO sfondarmi di canzoni tristi quando sono forte abbastanza per reggerle… E adesso chi mi ferma piú?

Next step: Adele! Oddio. Facciamo che ci vado con calma, eh.

∙Psicologia musicale in trenta giorni∙

Passa il tempo ma una certezza matematica sempre rimane: le bimbominkioserie. A tal proposito un mese fa ho trovato un gioco cretino su facebook chiamato “30 giorni di musica” che si svolgeva cosí: ogni giorno bisognava condividere un brano adeguato alla situazione descritta. Per esempio con Giorno x – La canzone piú attuale del momento avreste potuto condividere “Give Me All Your Luvin’”… (e comunque dimostrereste di non capire il gioco.)

Al contrario di tante altre fesserie mi è sembrato che potesse essermi utile se non altro per mettere alla prova i miei interessi musicali a tutto tondo. Al termine ne è uscito un ritratto molto poco convenzionale, bipolare a tratti, e un repertorio giappo-italo-americano pressoché femminile; ma questo lo sapevo già. Fisso tutto qui con tanto di inserimenti personali, per ricordarmi in seguito e probabilmente vergognarmi.

(Di particolare rilievo è poi il clima in cui ricordo di aver condiviso le canzoni dei primi giorni.)

Giorno 1 – la tua canzone preferita: Beyoncé – Single Ladies
Giorno 2 – la tua seconda canzone preferita: Beyoncé – Love On Top
Giorno 3 – una canzone che ti rende allegro: Bob Sinclar – Fuck With You (feat. Sophie Ellis-Bextor)
Giorno 4 – una canzone che ti commuove: Christina Aguilera – Understand
Giorno 5 – una canzone che ti ricorda qualcuno: Jennifer Lopez – I’m Into You ft. Lil Wayne
Giorno 6 – una canzone che ti ricorda un posto: Jeffree Star – Beauty Killer
Giorno 7 – una canzone che ti ricorda un momento particolare: Mina – Ancora, ancora, ancora
Giorno 8 – una canzone di cui conosci tutte le parole: Rettore – Lamette
Giorno 9 – una canzone che ti fa ballare: The Pussycat Dolls – Hush Hush; Hush Hush
Giorno 10 – una canzone che ti aiuta a dormire: Björk – Cosmogony
Giorno 11 – una canzone della tua band (!) preferita: Carmen Consoli – Fiori d’arancio
Giorno 12 – una canzone della band che odi (bleh): dARI – Tutto Regolare
Giorno 13 – una canzone che hai conosciuto da poco (♥): Nicki Minaj – Stupid Hoe
Giorno 14 – una canzone che nessuno si aspetta possa piacerti: Anna Oxa – La mia anima d’uomo
Giorno 15 – una canzone che ti descrive: Sophie Ellis-Bextor – Music Gets The Best Of Me
Giorno 16 – una canzone che amavi e che ora odi: Immanuel Casto – Revival
Giorno 17 – una canzone che vorresti dedicare a qualcuno (eja): Beyoncé – Halo
Giorno 18 – una canzone che vorresti ascoltare alla radio: Koda Kumi – Love Me Back
Giorno 19 – una canzone dal tuo album preferito: Paola & Chiara – Adesso stop!
Giorno 20 – una canzone che ascolti quando sei arrabbiato: Christina Aguilera – Fighter
Giorno 21 – una canzone che ascolti quando sei felice (ma devi essere proprio felice felice): Giorgia – Dietro le apparenze
Giorno 22 – una canzone che ascolti quando sei triste: Beyoncé – Irreplaceable
Giorno 23 – una canzone che vorresti al tuo matrimonio (difficile): Beyoncé – 1+1
Giorno 24 – una canzone che vorresti al tuo funerale: Christina Aguilera – The Right Man
Giorno 25 – una canzone che è un piacere peccaminoso: Mina – L’importante è finire
Giorno 26 – una canzone che sai suonare con uno strumento (la bocca e le mani): Jennifer Lopez – Papi
Giorno 27 – una canzone che ti piacerebbe suonare: Carmen Consoli – L’ultimo bacio
Giorno 28 – una canzone che ti fa sentire colpevole: Panjabi MC – Mundian To Bach Ke
Giorno 29 – una canzone della tua infanzia: Ambra Angiolini – T’appartengo
Giorno 30 – la tua canzone preferita in questo periodo un anno fa (ma NON l’ascolterò): Paola & Chiara – Mil Luces (Acoustic Piano Version)

∙Molte righe sui 29 febbraii. Troppe.∙

I miei punti fermi? I miei punti fermi sono io. Poi, altri, ovvio. Ma in questa vita si deve partire da noi stessi, dal “dentro” di noi stessi. Mi conosco e so che posso fare qualsiasi cosa, so come assecondarmi e quando essere esigente. Sembro altera e inaccessibile. Invece sono solo una che pensa a farsi i fatti suoi. Mi sento completa, non nel senso che sono perfetta, anzi, ma nel senso che mi basto. Nel bene e nel male, sono io. E ci convivo bene. Nella vita mi serve da bere, qualcosa da mangiare, due vestiti e un rifugio. Il resto è creatività.

La creatività è in noi. Alla creatività puoi tonificare i muscoli, allenarla in palestra, tenerla bella reattiva e vigile.

Patty Pravo

È una settimana che vivo da solo. Cioè, da solo non nel senso che i miei mi hanno buttato fuori di casa ma nel senso di intimamente solo. Cioè, non da solo nel senso di misantropo o sociopatico, ma solo di cuore leggero. Ma non da solo! Nel senso che intendo dire che…

Comunque.

Diciamo che sto trovando spazio per ogni cosa, mia ovviamente, e mi sta piacendo parecchio. Oggi che è 29 febbraio poi mi viene in mente che nell’ultimo che ho vissuto avevo anni 17, diciassette capito?, con tutti gli annessi e connessi: mi ricordo che ero presissimo della mia compagna di classe dalla Lettonia con furore, vergine di amore e discoteca e teatro e di tutto il resto, iscritto ai campionati regionali di ballo —gli ultimi peraltro—, e studiavo le basi della lingua vietnamita… ma questa è un’altra storia… probabilmente immerso in chissà quale laboratorio serale, quando ancora il termine taggare non esisteva, ed io praticavo l’ateismo piú acceso ma senza sbattezzo. Con le sopracciglia ancora del tutto naturali. Fisicamente ma soprattutto mentalmente un’altra cosa.

Scrivevo cosí:

In questo periodo, sarà forse per crisi d’astinenza (!!!), mi sto rendendo conto che mi sto trasformando in una persona che necessita meno di qualcun’altro. Mi spiego. Ad esempio giorni fa (ma l’ho riservata specialmente per oggi) ho sentito una frase al telegiornale, in cui si parlava appunto dell’amore ed è:

“L’amore è eterno?”

“Eterno? Beh, neanche l’Universo lo è.
Certo, può durare molto…”

E mi è piaciuta. Poi stanotte, forse sempre per crisi, mi sono organizzato la Giornata all’insegna della scienza: velocità della luce, relatività, buchi neri… E, cosa ancora peggiore, da stamattina inizio a pensare al concetto di fede come una manifestazione di un qualcosa che non si comprende ma si accetta per vero… E come diceva l’amico Pascal, si può avere fede anche per gli assiomi matematici!! Ma lasciamo perdere le fesserie, ora…

Cosa intendo con riconciliazione? Per me la riconciliazione è lasciar perdere i (pre)giudizi precedenti, e cominciare daccapo. Personalmente, per quella bellissima qualità che mi appartiene (ovvero l’ingenuità), questo mi riesce facile quando sono gli altri a fare il primo passo: se ad esempio vedo qualche persona anonima (diciamo pure pregiudicata male) che mi dà importanza, chiedendomi per esempio un parere, un consiglio o in generale mostrando dell’interesse, io rimango un po’ sorpreso. E poi inizio a vedere tutto da un’altra prospettiva. Certe volte invece faccio io il primo passo: una cortesia, un sorriso, dell’interesse, ecc. che magari scaturisce da un’azione che gli altri fanno per me, ma che comunque parte da me stesso. E anche in questo caso, a seconda della risposta a me data, posso cambiare idea in meno di 0 secondi e vedere tutto da un’altra prospettiva. Ed è da qui che nasce la seconda possibilità, la seconde chance. Well, questo mio post voglio che, prima di colpire qualcuno che lo leggerà, serva innanzitutto a me da monito: ricordati, En, che non sempre ciò che ti dicono i tuoi pregiudizi è vero. Estremizzando, neanche quando una persona cattiva tells someone bad things ’bout U and UR friends. Perlomeno, non fin quando non sai bene CHI lo dice, SE lo dice e PERCHÉ lo dice.

Buona Giornata a tutti, e soprattutto agli scienziati singles, freddi e razionali :)

Sbruffone pieno di citazioni, inglesismi e consapevolezza di sé: mi duole ammettere che in certe cose ero piú grande di oggi. A pensarci, a metà strada tra quel giorno e oggi sarei stato un altro, da un’altra parte, con altre persone dopo aver fatto altre cose e prima di pensarne ancora altre, ma non lo potevo nemmeno immaginare. Mi mancano quei tempi, precisamente mi manca quell’insensibilità dai 17 ai 19 anni che mi faceva rigar solo, dritto e fiero.

Quattro anni dopo solo lo sono di nuovo, indipendente eh, ma con un salto che neanche i piani quinquennali in Russia e con la consapevolezza universitaria che è piú facile capire un’equazione differenziale (efficace nerdismo appreso negli anni) che le persone.

Il prossimo 29 febbraio ne avrò 25 e mezzo. Brividi.

∙26 – 23 = 3∙

È insensato inventare che non vi sia dolore, che non sia successo niente negli ultimi due anni o che sia successo e non sia rimasto proprio niente, che la cosa sia facile da vivere, che un cuore provato dalle mie angherie si sistemi e riprenda a esplodere, ma ancora piú insensato è che il peso di questa finta finzione si scarichi su qualcuno che non c’entra, che come colpa ha solo la voglia di amare me dall’amore cosí difficile e che, per sua purezza e perfezione, merita di stare bene sempre bene… per cui: basta, è ora di metabolizzare il lutto da solo.

Ieri nell’attimo di buio totale ho realizzato: mi sforzo di guardarti negli occhi perché esisti. Ho bisogno di ascoltarti perché esisti. Ho paura ma esisti, devo accettare che tu esisti e non sei mio perché è proprio accettando la tua esistenza che vedo i tuoi limiti, i tuoi errori, la tua natura senza filtri e so che non sei lo stesso, che non puoi piú arrivare oltre cosí, che non puoi piú ferirmi oltre cosí, che non puoi piú entrare oltre cosí. Non posso permetterlo.

Non si gioca con le persone, non si scherza con la bontà d’animo.

Ci vuole coraggio a coltivare il proprio benessere, ci vuole molto piú coraggio a farlo senza rubarlo agli altri. Per quanto la cosa sia svantaggiosa, dolorosa, da pazzi è giusto cosí. Per me, e per te che sei un leone. Non me ne frega niente di non avere appigli, devo farcela da me. Non posso sfruttare, non è bello, non porta a niente, io pretendo di stare bene. Come te, anch’io me lo merito.

Ci vuole forza ad essere buoni, ci vuole molta piú forza nell’essere giusti. E io devo essere giusto.

Ti voglio bene.

∙Sei la checca…?∙

Sei la checca tutto muscoli che cura il suo corpo nel dettaglio, che va in palestra quattro ore al giorno, fa piscina la sera e si alza alle cinque del mattino per andare a correre?

Sei la checca maschia? Quella che si sente uomo perché l’uccellino che gli pende fra le gambe è uguale a quelli che vorrebbe succhiare quando va in palestra?

Sei la checca repressa, quello che va solo in posti etero, frequenta solo amici etero, ha una ragazza etero, vuole sposarsi in chiesa e fare dei bambini e poi, la sera, va per chat a scrivere “sfondami il culo”?

Sei la checca ravveduta, quella che ha trovato nella fede una via d’uscita? Oppure sei la checca religiosa, quella che ha trovato nel mondo gay un’uscita dalla fede però solo dopo aver detto la messa?

Sei la checca intellettuale? Quella che legge solo libri di autori morti, che va a vedere solo film incomprensibili e alla fine, quando esce dal cinema, si vanta con gli amici sconvolti dicendo: “Hai visto la fotografia? Ah, la fotografia! E quell’immagine ferma sul cadavere del padre che è durata quarantacinque minuti? Quella è poesia, PO-E-SI-A!” ma che poi dentro di sé pensa: “Ammazzacheppallestofilm, speriamo almeno di aver fatto una buona impressione su questo manzo che mi voglio scopare”?

Sei la checca so-tutto-io? Quella che deve per forza sapere tutto meglio di tutti e che, se la metti all’angolo perché ne sai piú di lui, comincia a strillare come una gallina?

Sei la checca ecologista? Quella che si fa crescere la barba sino ai piedi e va in giro con i pantaloni degli anni sessanta? Sei la checca che si fa le canne? Quella che sniffa cocaina e popper?

Sei la checca fighetta, quella con sopracciglia rifattissime ad ali di gabbiano? Quella vestita all’ultima moda, con i pantaloni D&G, le scarpe D&G, la cintura D&G, la mutanda D&G e il cervello D&G? Sei la checca “ma io lavoro da Armani!”?

Sei la checca bear, centocinquanta chili di pura checcaggine ricoperti da una glassa di peli?

Sei la checca sadomaso? Lo slave o il master? Quella che si infila arance, zucchine, banane, pomodori, braccia e gambe?

Sei la checca io-ODIO-le-checche?

Sei la checca insolita con un profilo su gayromeo in cui ti allarghi il culo con entrambe le mani e poi scrivi: “Sono un maschio vero e cerco SOLO maschi come me. Alla larga le checche”?

Sei la checca “non mando foto perché ho un nome e una posizione”?

Sei la checca seria che “io non faccio sesso al primo incontro, al massimo un pompino”?

Sei la checca che esce solo per andare in battuage, saune, dark e poi critica due ragazzi che si tengono per mano?

Sei la checca acida? Quella che schecca anche ai funerali?

Sei una vecchia checca che ha perso bellezza e fascino e adesso odia tutto e tutti?

Sei la checca hai-visto: “Hai visto Glee?”, “Hai visto l’ultimo di Britney Spears?”, “Hai visto Amici di Maria de Filippi?”?

Sei la checca di sinistra con l’immagine del Che? Nessuno ti ha mai detto che era omofobo?

Sei la checca di destra che dice: “Io voto Berlusconi perché è un liberale”?

Sei la checca demagogica: “I gay pride sono delle baracconate e danno un’immagine distorta di noi”?

Qualunque checca tu sia e qualunque cosa tu faccia, attivo o passivo o versatile, bisessuale o criptochecca: ricordati sempre che agli occhi degli etero, anche se sei il piú maschio del mondo, tu sei e sarai sempre solo una CHECCA!

(Ho trovato questo ritaglio online, e a prescindere dalle risate —che sí, ci sono state— mi ha ricordato quanti siano ancora quelli che si autoghettizzano generando la guerra fra poveri. Mah.)

∙Senza parole∙

Pensandoci con le parole si può dire l’amore in un sacco di modi, specie in musica.

Io ne ho imparato alcuni.

Le piú famose sono le Parole di Mina e Alberto Lupo, di quella relazione cosí piena di promesse e asciutta nel concreto, asciutta persino nella discussione che mettono su. Parole troppo composte chiedono, anzi sussurrano, fatti che mai arriveranno perché mai sono stati smossi. Parole di un sentimento tiepido che non si ascoltano. In altre parole: parole al vento.

C’è chi di Parole ne ha poche, come Giorgia, per un Qualcosa appena nato che timidamente ancora si insegue e, ridendo, di amore per ora preferisce parlarne. Sicuramente, date le ferite, per entrambi è un’esperienza già avuta e finita male: ma è proprio nel dolore fresco e condiviso trova una sua dimensione. Per te che sai comprendere quel male che fa pensare che io somiglio a te… In due si ragiona meglio anche la sofferenza, costituisce già del buono in piú.

Ci sono le Parole di burro, quelle che per Carmen Consoli si sciolgono sotto l’alito della passione, quelle che chiedono di usare sensualità e sontuosità e gesti e premure, Parole che friggono al solo pronunciarle. Si sta invitando un non ben identificato Narciso nient’altro che ad Amare, con la A maiuscola, a trasportare qualcuno con quella follia che fa restare senza fiato, quella foga disarmante che ti prende mentre sei con l’auto di notte e in mezzo al niente, quella pazzia che ti fa Amare anche nel pericolo, davanti a tutti, quella voglia che ti trascina e non gli opponi resistenza pur sapendo che prima o poi finirai a sbattere… Ma nel suo nome —ho motivo di credere non sia casuale— si nasconde la chiave del problema. Narciso non può amare.

E poi ci sono le mie preferite. Sulla stessa lunghezza d’onda ci sono le 20 Parole di Mina, romanticamente struggente come suo solito, che ama da spazi infiniti un ragazzo vestito di sale e di vento e ardentemente osa un “Posso strapparti d’amore il vestito?“. Dichiarazione d’amore tutto, passionale, carnale: ti Amo d’amore, ti amo a tutto tondo, amo Te e ti amo, amo il tuo corpo, amo e basta. Senza limiti. Disillusa poi, consapevole, sa che le uniche cose che non muoiono mai sono i sogni… e infatti quel che le resta alla fine, dopo l’amore, sul guanciale è soltanto un sogno.

Le nuove Parole sono quelle di Noemi, reduce dal festival di Sanremo, che sono “solo” Parole ma sono le piú difficili da cogliere. Le ascolto da ieri e ancora non capisco se, in una coppia coi suoi problemi, queste Parole che reputa cosí blande sono quelle che fanno star giú (E poi lasciare che la nostalgia passi da sola / E prenderti le mani e dirti ancora / Sono solo parole) o sono quelle che si promettono (Perché la nostra vita in fondo non è nient’altro che / Un attimo eterno un attimo tra me e te / Sono solo parole). O forse lo sono tutte.

Eppure le parole, blande che siano, in amore feriscono come o forse piú delle azioni. La prima arma pericolosa che l’uomo si è creato a suo discapito. Dicono che la loro importanza dipenda dalla persona che le dice però parole e persone sono estremamente volubili e, tempo due giorni, magari scopri la loro vera natura. Prima che cambi di nuovo.

Maledette parole ingannatrici.

∙Niente di personale∙

Avevo detto, ribadito, promesso, giurato che a fine gennaio sarei stato diverso. E ci sono riuscito.

Vi aggiorno su tutte le ultime novità:

- Dopo tre anni di continui rinvii mi sono deciso a fare il corso per la patente e il 2 di questo mese ho superato l’esame di teoria. È solo questione di tempo (un mese? speriamo) prima che mi si veda per le strade impazzando a ritmo di Beyoncé, e per questo motivo credo che mi sequestreranno la macchina entro due giorni. Sui cartelli ormai so tutto, anche su quelli della foto: mi dispiace soltanto di non averli ancora incrociati (specie A CASINU, il mio preferito) ma non ho fretta e in caso di necessità posso sempre mandare qualcuno a cercarli per mio conto.

- Sta procedendo anche il corso di ballo caraibico, che seguo con appetito sempre piú vorace, e da quando ho cominciato la rueda (salsa di coppie in gruppo) poi mi sto dirigendo pericolosamente verso la follia. Fosse per me la giornata sarebbe tutta a base di salsa. Con questa scusa mi sto tenendo socialmente attivo anche nelle serate del venerdí e circondato dal mio fido gruppo di amici latinofili, perché oltre a essere un impegno che mi diverte, mi stimola e prevedo mi inghiottirà del tutto quando potrò spostarmi (vedi la frenesia da patente del punto sopra) a destra e a manca per conto mio. È nato un amore che non so bene come, ma mi accende, mi trascina, mi fa innamorare cosí che quando ballo mi sento completamente incantato da chi è con me. Non avrei potuto celebrare in modo migliore il mio decimo anno da ballerino.

- Ci sono voluti due anni perché anche la mia paranoia massima, la dentatura, trovasse la sua soluzione: dopo duemila visite, tre lastre, la rimozione dei quattro denti del giudizio e il calco di tutti i restanti finalmente entro i prossimi due mesi dovrei (e sottolineo dovrei) mettere l’apparecchio. Capisco che questo possa suonare decisamente insolito ma non vedo l’ora.

- Sto cambiando il mio aspetto, o meglio è il mio fisico che si sta normalizzando. Nell’ultimo mese ho preso un chilo e mezzo (era anche ora, mancava poco che andassi a prendere i pantaloni da Zerododici Benetton) e proprio ieri ho deciso di tornare al vecchio orecchino al lobo… Giusto un filo rockish (crediamoci). Ho abbandonato il mio inconfondibile profumo e ripreso quell’Aqua di Roma, forte, che da un anno non usavo piú e pare mi sposi ancora molto bene… vedremo come va…

- Continuano gli avvicendamenti con quel K che ho piú volte già menzionato, compagno di tempo perso e lunghe abbuffate cosí come si chiedeva nel famosissimo post in cui elencai le mie esigenze. Guardando le cose come stanno è evidente che ci stiamo frequentando. Rinnovo l’uso dei piedi di piombo anche se i tempi di guerra sembrano ormai passati, perché… diciamo che me ne sono accadute talmente tante una appresso all’altra che adesso non si sa mai, ecco. Preferisco esser pronto al peggio cosí tutto è sotto controllo. Lui comunque è stupendo nella sua semplicità: mi mostra tutto per quello che è, incluso sé stesso.

- Mi sono iscritto all’ARC, associazione culturale lgbt(qiabcdefgh…) in quel di Cagliari: per prima cosa mi scocciava che sembrasse mi ricordassi di loro solo in caso di festoni devastanti, com’è appunto successo l’anno scorso, dato che le cose a cui badano sono tante; in secondo luogo contribuire (sia umanamente che economicamente) dall’interno trovo sia una buona cosa per far sí che cresca e si mantenga anche per gli anni a venire, per altri come per me oggi. Terzo motivo: al di là del mio sentirmi perennemente uno sfigato, durante quelle riunioni del mercoledí sera mi fanno spaccare dalle risate. Nel mio piccolo quindi vado molto fiero di questa scelta.

- Finalmente vedrò Londra!!! È ancora troppo presto per dirlo (piedi di piombo mode: ON) ma qualcuno mi ha promesso che mi ci vuole portare sapendo che è il mio sogno da tipo dieci anni (e no, non è la stessa persona che lo ha detto la prima volta). Dato che la mia mente procede per associazioni questa sarebbe una cosa di un certo peso: non vorrei un giorno dovermi vietare un bis cosí come succede oggi in certe zone di Cagliari.

L’ultimo mezzo minuto di silenzio attonito lo voglio dedicare a chi mi conosce e ha smesso di salutarmi senza motivo. Cosí.

Per il resto sono sempre il solito vecchio io: quello di prima però. Tranquillo e consapevole.

∙Natale 2011∙

Babbo Natale è la metafora della persona pura che se ne frega di tutto e tutti: una volta l’anno decide di farsi in quattro per donare un regalo a chiunque se lo meriti, seppure in realtà non lo si conosca proprio.

Ma la realtà è molto diversa, e anziché Babbi Natale immacolati ci sono persone piú o meno buone che se ne fregano piú o meno di tutto e tutti e si fanno piú o meno in quattro per donare alle persone a cui tengono un piccolo regalo. Un gesto carino. Un soprammobile. A volte semplicemente un pensiero, a volte semplicemente sé stessi.

Il cuore però è il regalo piú bello di tutti: non da Babbo Natale, ma dalla vita. Grazie a chi fa di tutto per lasciarci il suo segno.

∙Mina, divina e Piccolina∙

Ma quanto è decisamente faiga la copertina del prossimo album della dea Mina?

Io sono di parte ma lei da secoli è la campionessa indiscussa dell’estetica nel mercato musicale, o meglio i veri campioni sono i signori Mauro Balletti e Gianni Ronco che si occupano di disegnarla e modificarla a oltranza.

Nel 2011 la vedono cosí: semplice, un po’ Nefertiti e un po’ aliena Anunnaki (io poi vabbè per gli alieni in genere ho un debole) che se lo sa Giacobbo in quattro e quattr’otto chissà che puntata allucinogena di Voyager riesce a mettere in piedi. In piú ha un che di inquietante che ricorda anche un’altra sua copertina molto celebre.

Va bene, quel che canta non è piú come una volta… certo che a 71 anni suonati, dopo tre miliardi di brani di repertorio in tipo millemila album mancano solo le canzonette de La prova del cuoco e il dizionario vietnamita e ha fatto l’en plain.

Piuttosto la sinestesia negli abbinamenti copertina-titolo-contenuto, suo imperituro marchio di fabbrica, comincia a fare cilecca: dopo Caramella dell’anno scorso con quell’immagine deludente, si può sprecare una bomba cosí chiamando l’album Piccolino?!



Che si sia ispirata alla linea della Barilla per la quale gorgheggia la qualunque? Nei negozi, comunque, lo si troverà dal 22 novembre. Di seguito la tracklist:

∙ Compagna di viaggio
∙ Matrioska
∙ Questa canzone
∙ Ainda Bem
∙ Brucio di te
∙ Canzone maledetta
∙ L’uomo dell’autunno
∙ Fuori città
∙ Fly Away
∙ E cosí sia

∙L’ultimo bacio∙

Giulietta — Vuoi già partire? Il giorno non è ancora vicino: era l’usignolo, e non l’allodola, quello che ti ha ferito col suo canto l’orecchio trepidante; esso canta tutte le notti su quel melograno laggiú: credi, amor mio, era l’usignolo.

Romeo — Era l’allodola, messaggera del mattino, non l’usignolo: guarda, amore, come quelle strisce di luce invidiose della nostra gioia, cingono di una frangia luminosa le nubi che si disperdono laggiú nell’oriente; i lumi della notte si sono spenti a poco a poco, e il dí giocondo si affaccia in punta di piedi sulle nebbiose cime delle montagne: io debbo partire e vivere, o restare e morire.

Giulietta — Quella luce laggiú non è la luce del giorno, io lo so bene: è qualche meteora che il sole emana, affinché stanotte essa ti sia come una face, e rischiari la via a te in cammino per Mantova; perciò rimani ancora; non è vero che tu devi partire ad ogni costo.

Romeo — Mi prendano pure, mi mettano a morte: io sono contento, se tu vuoi cosí. Dirò che quel barlume laggiú non è l’occhio del mattino, ma il pallido riflesso della fronte di Diana; dirò che non è l’allodola quella che ferisce coi suoi accenti la volta del cielo, su in alto sopra le nostre teste: io ho piú desiderio di rimanere che volontà di partire: vieni, o morte, e sii la benvenuta! Giulietta vuol cosí. Va bene, anima mia? Discorriamo, non è ancor giorno.

Giulietta — È giorno, è giorno: parti, fuggi di qua, presto! È l’allodola quella che canta in sí discordi accenti, sforzando la sua voce a striduli suoni e sgradevoli acuti. Dicono che l’allodola canta come da una dolce partitura: questa no, poiché partisce noi due; dicono che l’allodola e l’aborrito rospo hanno fatto scambio degli occhi: oh, in questo momento io vorrei che si fossero scambiata anche la voce! Poiché quella voce ci strappa con terrore l’una dalle braccia dell’altro e scaccia di qui te sonando la sveglia al giorno. Ah, parti, ora: la luce si fa sempre piú chiara.

Romeo — Piú chiara, sempre piú chiara; e di piú in piú cupi i nostri dolori!

Nutrice — Signora!

Giulietta — Nutrice?

Nutrice — Vostra madre viene in camera vostra: il giorno è spuntato; siate prudente, fate attenzione.

Giulietta — Su via, finestra, lascia entrare il giorno ed uscire la mia vita.

Romeo — Addio, addio, un bacio e scendo.

Giulietta — Sei dunque partito cosí? Amor mio, mio signore, ah, mio marito, amico mio! Tu mi devi mandare tue notizie ogni giorno che c’è in un’ora poiché in un solo minuto vi sono piú giorni: oh! Contando le ore cosí, sarò già vecchia prima di rivedere il mio Romeo!

Romeo — Addio! Io non mi lascerò sfuggire nessuna occasione, amor mio, che possa portarti i miei saluti.

Giulietta — Oh! Dimmi, pensi tu che noi ci rivedremo mai piú?

Romeo — Non ne dubito; e tutte queste angosce, un giorno, saranno per noi due argomento di dolci discorsi.

Giulietta — O Dio! Io ho nell’anima una triste visione. Mi par di vederti, ora che sei costaggiú, come se tu fossi un morto in fondo ad una tomba; o la vista m’inganna, o tu sembri pallido.

Romeo — E credimi, amor mio, anche tu, agli occhi miei, sembri cosí: l’angoscia sitibonda beve il nostro sangue. Addio! Addio!

da Romeo e Giulietta, W. Shakespeare
Atto III, Scena V

∙A Nagasaki morí persino l’erba.∙

Nagasaki è una delle piú suggestive città del Giappone. È adagiata sulla costa ovest del Kyushu, in fondo a una baia circondata da ripidi colli come un fiordo. [...]

Il B-29 in volo sul Kyushu la mattina del 9 Agosto 1945 giunse su Nagasaki verso le 11. Il puntatore di bordo stava già rassegnandosi a operare un lancio col radar, contravvenendo agli ordini, quando in uno squarcio delle nubi scorse la città con le fabbriche d’armi e le acciaierie lungo il fiume. E sganciò. La bomba panciuta, entrata nella storia col nomignolo di Fat Man (uomo grasso), lunga 3,24 m, con un diametro massimo di 1,35 m, pesante 45 quintali, dopo 54 secondi di caduta esplose alle ore 11.02 a 490 m d’altezza, 80 m piú in basso di quella esplosa tre giorni prima a Hiroshima. Testimoni oculari descrissero l’esplosione «luminosa come mille soli» o, piú dettagliatamente, «un enorme lampo al magnesio, che cancellò i colori e creò di colpo un mondo in bianco e nero, con superfici abbaglianti e ombre densissime e notte». [...]

Il lampo accecante fece terra bruciata in una frazione di secondo. In un raggio di almeno 500 m dall’ipocentro dell’esplosione non sopravvisse nessuno all’aperto. I fuggiaschi che si diressero da quella parte inciampavano in sacchi di carbone riversi per la strada: erano corpi umani carbonizzati. Una carcassa di tram aveva ancora tutti i viaggiatori seduti ai loro posti, rinsecchiti dalla tremenda vampata e ridotti alle dimensioni di gnomi. Nel campo sportivo di una scuola giacevano file quasi ordinate di scolari fulminati dal lampo termico mentre facevano ginnastica. Il lampo aveva stampato sul suolo l’ombra del parapetto traforato di un ponte, l’ombra di un palo telegrafico, e persino l’ombra di un uomo con un megafono in mano. il fiume e la baia si riempirono di cadaveri che andavano alla deriva come pesci morti. Chi scampò alla morte per ustioni o per ferite, si trovò immerso di colpo nel buio e in un silenzio irreale in cui giganteggiava il ticchiettio degli orologi sfuggiti alla distruzione. La luce tornò a poco a poco, ma non quella del Sole, nascosta dal polverone, bensí la luce sinistra e sanguigna degli incendi. Il silenzio fu incrinato dal crepitio delle fiamme per cui si aggiunsero i gemiti e le invocazioni d’aiuto dei feriti e gli intrappolati sotto le travature delle case; crollate.

Dopo venti minuti, il fiume fu un mare di fiamme. Da esso scappava una folla ignuda, fuligginosa, senza piú capelli né sopracciglia, trascinando con sé feriti e cadaveri. Chi cadeva, chi restava indietro per le ferite, veniva sommerso dall’ondata di fuoco. Persone con gli abiti in fiamme correvano nella notte come meteore.

C’era gente impazzita per lo choc. Una giovane madre cantava la ninnananna al suo bambino avvolto in una coperta: il volto del piccino era tutto nero e gli mancava la parte inferiore del corpo. Un’altra madre si stringeva al seno un piccino senza piú testa. Intorno non v’era piú un filo di verde, gli alberi erano stroncati a un metro d’altezza, le foglie e l’erba erano impastate con la terra. Una cenere bianca ricopriva i colli dove i superstiti si erano rifugiati. e su tutto aleggiava l’acre odore della carne bruciata.

Come già a Hiroshima tre giorni prima, dalla nube atomica cadevano enormi gocce tiepide, grasse e nere come olio di macchina. La pioggia infernale continuò fino alle 17.00, ma senza mitigare minimamente le fiamme. Era una pioggia letale: era radioattiva.

La radiazione termica risultò mortale per chi si trovò senza protezione entro un chilometro dal «punto zero», misurato per comodità sul terreno (ipocentro) anziché ai 490 m di quota dove avvenne realmente l’esplosione. Le persone sottostanti alla «sfera di fuoco» furono trasformate istantaneamente in una bolla di gas, delle persone un po’ meno vicine rimase al suolo una macchia di grasso, di quelle ancora un po’ meno vicine rimasero le ossa carbonizzate e gli oggetti metallici portati addosso: bottoni, fibbie, orologi.

A 500 m i volti erano carbonizzati al punto da non poter distinguere la faccia dalla nuca. Da 500 m a un chilometro la carne esposta al lampo atomico si fuse e si risaldò in forme mostruose; persone pigiate sui tram furono saldate insieme e occorse l’opera del chirurgo per liberarle. Il tessuto epiteliale e sottocutaneo si staccava dal corpo in nastri bianchi e rossi che si accartocciavano e pendevano come cenci, ma con scarsa effusione di sangue: la gente cosí colpita sembrava essere stata immersa nell’olio bollente.

I volti erano mostruosamente gonfi, le labbra spellate e piene di vesciche, le palpebre bruciacchiate e appiccicose impedivano di aprire gli occhi. Chi aveva subito questo tipo di offesa aveva sentito una miriade di trafitture quand’era stato colpito dal lampo, e in seguito provava un’acuta sensazione di freddo. La maggior parte di essi morí entro poche ore. A distanze varianti da 1 a 3 Km dall’ipocentro si riscontrarono ustioni piú lievi, accompagnate dalla sensazione di bruciore. Chi si trovò a oltre un chilometro di distanza fu salvato dalle ustioni grazie a qualsiasi schermo interposto fra lui e il lampo: fu sufficiente in molti casi un foglio di carta o un abito chiaro. Se l’abito recava disegni scuri, questi assorbirono il calore e si stamparono sulla pelle. Chi guardò il lampo ebbe le pupille bruciate, con cecità permanente. Si ebbero casi fortunati e sfortunati: gente che a quelle fatali ore 11.02 si chinò per un attimo sotto un tavolo o dietro un muricciolo, e scampò alla morte. Un ragazzo che faceva il bagno nel fiume insieme agli amici, si tuffò proprio in quel momento e fu l’unico sopravvissuto del gruppo. Le radiazioni nucleari distruggono le cellule bombardandole con particelle sub-atomiche. I tessuti viventi subiscono danni irreversibili che conducono in breve alla morte se l’irradiazione è stata massiccia. A Nagasaki subirono un’irradiazione di tale intensità coloro che si trovarono all’aperto entro il raggio di un chilometro o che, seppure nascosti in rifugi sotterranei, furono sorpresi a qualche centinaio di metri dallo scoppio.

Nei primi giorni la zona circostante l’ipocentro rappresentava un pericolo mortale anche per chi veniva da fuori ed era «pulito». A questo proposito si può citare, fra i tanti casi, quello di una donna che all’indomani dell’incursione nucleare venne a Urakami dalla campagna per cercare i familiari. Per sei giorni vagò nella zona, al dodicesimo cominciò ad avvertire strani sintomi: spossatezza, vertigini, diarrea. Dopo un mese presentava la cavità orale tumefatta, con difficoltà nella deglutizione, con perdita di sangue dalla bocca. Progressivamente il corpo si coprí di macchioline scure, di dimensioni varianti da quelle di una capocchia di spillo a una lenticchia: prima sul tronco, poi sulle braccia e sulle gambe. Si trattava di emorragie sottocutanee. La febbre salí a 40 °C e infine sopravvenne la morte. Tipico esempio di «lebbra atomica».

Coloro che sorpresi dall’esplosione, restarono indenni da ferite e da ustioni, ma ricevettero un’irradiazione massiccia, avvertirono immediatamente spossatezza tale da piegar loro le ginocchia. Ebbero conati di vomito, giramenti di teste, intensa sudorazione, sete. La morte sopravvenne entro poche ore per emorragia interna ed esterna. Nessuno degli abitanti di Nagasaki sorpresi dallo scoppio entro un raggio di 500 m sopravvisse alla radioattività —ad eccezione, sembra, di un bambino dimenticato in fondo a un rifugio chiuso. Per essi furono superflue le apocalittiche manifestazioni dei «mille soli», dell’onda d’urto e degli incendi; bastò l’invisibile, silenziosa, indolore aggressione atomica.

Chi si trovò piú lontano e meglio riparato, ebbe una probabilità su due di scamparla. Nei primi giorni provò una strana sensazione di ebbrezza, cui seguí uno stato di prostrazione con inappetenza, stanchezza, apatia, perdite del controllo emotivo, infiammazioni alle mucose, tumefazione delle tonsille. La presenza dei globuli bianchi nel sangue calava dai normali 6.000/8.000 per mm³ a 3.000 e anche 2.000; se scendeva sotto questo livello sopravveniva -ma non sempre- il decesso. Le mucose infiammate potevano putrefarsi con conseguente caduta dei denti. I bulbi piliferi restavano distrutti, con caduta dei peli e dei capelli. A parità di irradiazione i vecchi avevano maggiori di probabilità di sopravvivere dei giovani. Il decorso della malattia atomica, coi sintomi sopra descritti, può ssere lentissimo: ancora oggi, a trent’anni di distanza, vi sono «atomizzati», degenti negli ospedali specializzati di Hiroshima e Nagasaki e nelle maggiori cliniche giapponesi.

La pioggia radioattiva fece morire l’erba. I contadini che falciarono e portarono sulle spalle quel foraggio ebbero eczemi. Meloni e zucche radioattivi divennero duri come pietre.

E ora qualche cifra. A Nagasaki furono distrutte dall’atomica 11.574 case, altre 6.000 vennero danneggiate. I morti furono 73.884, i sopravvissuti feriti 74.904.”

da “Storia illustrata del marzo 1975″,
Livio Alessi

∙Tutto su BIOPHILIA∙

Aleggiano tanti misteri attorno al progetto Biophilia, e non è proprio una cosa nuova per gli amanti del genere Björk sempre abituata a terrorizzare stupire. Io che l’ho scoperta nel suo precedente periodo Volta, dalle sonorità fortemente ansiogene, spesso cacofoniche e per nulla commerciali, non ne avevo conservato un bel ricordo ma come spesso mi capita alla lunga la curiosità per la curiosità riesce a trascinarmi fino a lasciarmici invischiato.

Della nuova ambiziosissima Björk ne parlavano già nel primo 2011 ma solo di recente il fenomeno ha preso una certa notorietà: nel senso che i siti medi banalizzano la faccenda che questo nuovo album per mezzo di iTunes unisce musica e tecnologia. Punto.

Ma Biophilia è completamente un’altra realtà.

Prendete gli strumenti musicali per esempio. Ci sono tastiere, una batteria e poi una serie di congegni alla Frankenstein: gamelesta, fusione di gamelan e celesta, uno sharpsichord ovvero un’arpa-carillon ma soprattutto un pendolo che sfrutta la forza gravitazionale e due bobine di Tesla che in parole povere ti generano fulmini cosí, sul palco. Tutti questi mostri sono guidati attraverso iPad.

Con apparecchi simili anche la musica prende sviluppi particolari: e tralasciando gli spettatori fortunelli che a Manchester hanno goduto dell’intero show, a tutti gli altri sono pervenute solo Crystalline e Cosmogony i due singoli apripista tra cui spicca specie quest’ultimo, una vera perla. Entrambi sono pubblicati nella sola Serban Ghenea Mix e non si sa con precisione se la versione nell’album si differenzierà da questa.

(In realtà il siriano Omar Souleyman ha recentemente dato altre colorature remixando Crystalline e l’inedita Thunderbolt in toni arabeggianti, vedi The Crystalline series: Omar Souleyman Versions.)


Il tema centrale di questo Biophilia comunque è la natura in toto, e ben lo si capisce dai titoli delle canzoni:

01. Moon
02. Thunderbolt
03. Crystalline
04. Cosmogony
05. Dark Matter
06. Hollow
07. Virus
08. Sacrifice
09. Mutual Core
10. Solstice

A ciascuna di esse è associata una applicazione-gioco per iPhone scaricabile direttamente dallo store di iTunes al momento del rilascio della traccia musicale. A loro volta tutte saranno connesse attraverso l’applicazione madre omonima Biophilia già disponibile e gratuita: a parte questo tutto è ancora un mistero, anche i contenuti extra di queste applicazioni (strumentali, testi, spartiti, sfondi e immagini psichedeliche, versioni al pianoforte od estendibili a piacimento). È noto però che per ascoltare Virus, una triste storia d’amore tra virus e cellula, all’interno del gioco bisognerà assistere alla disfatta di quest’ultima.



Il servizio fotografico —ancora esiguo— che accompagna questa sperimentazione è a cura di Inez Van Lamsweerde e Vinoodh Matadin sotto la direzione artistica di M/M Paris, e sono sicuro centri perfettamente il tema: scatti dagli sfondi neri, sconfinati, e la presenza di una Björk dalla testa spugnosa color arancio vivido, vestita con un’arpa; d’intorno una miriade di punti bianchi connessi e sconnessi, che formano figure complesse a tratti grandi come costellazioni, a tratti piccole come strutture atomiche.


I font, due, che raschiano sulle immagini sono altrettanto stilizzati e da me concessi gratuitamente qui: biophiliafont.rar.

Per vedere l’universo Biophilia in tutta la sua complessità bisognerà aspettare il 26 settembre. Nel frattempo per maggiori info:

∙i Priapea, odi al cazzo di Priapo∙

Sono sicuro che la mia professoressa di lettere sarebbe fiera di me se scoprisse che a distanza di anni ancora ricordo le lezioni maliziose di letteratura latina su prostitute, lunghezze inguinali e uomini travestiti da donne che si divertiva tanto a fare.

Un insegnamento senza dubbio fuori dal coro rispetto a chi dell’età romana accetta solo la roba seria come l’integrità morale e occulta invece la parte piú piccante, quella che poi ci dà l’idea piú chiara della società per come doveva davvero essere: e a giudicare da quel che si trova appena sotto lo strato apparente, la vita a Roma doveva essere parecchio divertente e dissoluta.

Tra tutti i documenti che non mascherano la lascivia latina il piú importante è il cosiddetto Carmina Priapea o Priapea, una raccolta di novanta carmi dedicati al veneratissimo dio agreste Príapo di cui riassumo brevemente il mito per i meno esperti: figlio di Afrodite e Dioniso (o Ermes o Adone o Zeus, insomma dalle origini ben poco accertate) fu punito da Era per colpa della sessualità sregolata della madre subendo una punizione senza precedenti: nacque orrendo con un grosso enormissimo sproporzionatissimo pene in perenne erezione e un appetito sessuale senza fondo.

Le brevi scene contenute, tutte comiche-erotiche e tratte dalla vita quotidiana, non si scostano da lui e quel segno cosí particolare che, come lui stesso racconta in prima persona, attraeva donne particolarmente vogliose o uomini con certi pruriti sessuali che del suo aspetto se ne fregavano proprio.

Non c’è quindi da stupirsi se l’opera, anonima, chissà come e chissà perché è sopravvissuta praticamente integra fino ad oggi, forse scontrandosi con la censura attuale piú che con quella al tempo in cui è nato: infatti non lo si trova in giro o sui libri di testo.

Un po’ per piacere della cultura e un po’ per curiosità personale, quando recentemente l’ho trovata online dopo anni di ricerche a vuoto grazie a un altro controcorrente che l’ha tradotta da sé condividendo gratuitamente il risultato, ho deciso di aggiungervi il mio contributo e di perseguire con questa rivolta letteraria.

XI
Attento a non farti prendere! Se ti prendo non ti
farò male col bastone, né ti darò crudeli ferite
con la falce curva: trafitto da questo piolo lungo
un piede, sarai cosí allargato che potrai far conto
di non aver piú grinze al culo.

Perché il cazzo di Priapo è la metafora del costume antico e moderno: si-vuole-ma-non-si-dice, e se anche voi siete contro questo finto pudore o semplicemente curiosi di scoprire le sconcezze di duemila anni fa… non proprio diverse… unitevi a noi e condividete anche voi questo sapere. (Con la benedizione della mia professoressa.)

A voi, il Priapea! Da scaricare GRATUITAMENTE qui.

∙Le reliquie SHOCK del G.F.∙

Nonostante l’edizione numero undici sia finita da una decina di giorni ci vorrà ancora tanto prima che le scorie da Grande Fratello si smaltiscano completamente. Come difesa personale della mia intelligenza ho preso distanza da tutti i contenitori televisivi mattutini e pomeridiani (cosa che già faccio normalmente dunque): la fascia serale di solito offre alternative piú valide, e i reality spesso manco vengono menzionati.

Ma sono come il maiale, non si butta via niente; e per chi come me vuole soddisfare la piú squallida parte di sé, quella trash, il marketing del G.F. quest’anno non ha badato a spese: non si esaurisce con video e chiacchiere da salotto televisivo ma da mesi offre addirittura una risorsa nientepopodimeno che di… poster ufficiali autografati.

Tutto vero, non scherzo mica. Il tristissimo sito in questione è GrandeFratelloFoto.it, che come titolo ha “Stampa i tuoi personaggi preferiti”. E questo la dice tutta. Quattro brutti, teribbbili scatti per ciascuno dei concorrenti, tutti nelle peggio condizioni e con l’espressione da: ma che ci sto a fare qui?!

A dir poco da brividi per qualsiasi appassionato di fotografia, nessuno mai le vorrebbe nemmeno gratis e manco se ci includessero un’unghia della Pettinelli o che so, un cartonato di Alfonso Signorini in scala 1:1: invece c’è chi con audacia le spaccia con autografo stampato sopra (dalla firma si intuisce che molti di loro sono fermi alla prima elementare) e a prezzi che si ride da qui a Natale: anche 26 euro.

E se tutto questo non fosse abbastanza comunque, con le proposte si arriva al top. Ai tuoi amici regala le foto del Grande Fratello: un’idea regalo nuova, per farsi ricordare!

Mica pizza e fichi d’altronde. A saperlo prima chissà quanta originalità ai compleanni…

∙BREATH, fotografie da togliere il fiato∙

noi controlliamo e
noi tutti siamo controllati
questa è la vita
vissuta ogni giorno

Ci sono cose che possiamo controllare, e cose che non possiamo: desideri, emozioni, rapporti con gli altri… Tutti noi controlliamo ogni cosa cercando soddisfazione, tuttavia finisce che siano tutte le cose a controllare noi.

Realizziamo il valore delle cose solo al momento in cui le perdiamo, sebbene ci siano sempre state.

Perdendo l’ossigeno che ci tiene in vita, senza piú modo di respirare, c’è solo il controllo dell’acqua. Qualcuno accetta questa pressante autorità aspettando che arrivi la fine senza ribellarsi. Gli altri sono assetati di vita, e lottano cercando di riappropriarsi di sé. Questo è il contrasto della vita, e sott’acqua appare molto chiaramente.

BREATH” lancia agli osservatori delle domande.

Quali sono le cose giuste a cui tenere, e di cui dovresti sapere il valore?

Qual è la cosa di cui piú necessiti per la tua vita?

autore di BREATH

more about BREATH: B R E A T H

∙Sui presunti sismologi nelle televisioni italiane∙

Quando sento che Bruno Vespa si occupa per mesi di cronaca nera a cogliermi è una sensazione di nausea, schifo; ma quando arriva a imporsi come uomo di scienza allora il disgusto diventa fastidio e terrore: un personaggio così televisivo dovrebbe ben sapere che quel che dice qualcuno potrebbe pure prenderlo per attendibile.

Il disastro naturale che pochi giorni fa ha colpito il Giappone doveva essere un occasione troppo ghiotta per uno sciacallo del suo calibro: difatti lunedí notte ne ha parlato, a modo suo, senza la più totale idea di come funzioni un terremoto, e salutando l’inviato in loco con un augurio da brivido: «ci risentiamo alla prossima scossa.»

Lo stesso mi capita davanti a tutti i “giornalisti” che come lui si improvvisano geologi senza ritegno. E dire che basterebbero pochi minuti per informarsi a dovere.

Un terremoto è un rilascio di energia accumulata nel tempo: più è forte, e per più tempo le energie si sono accumulate. Secondo la teoria scientifica più accreditata, le zone con maggiore frequenza di fenomeni sismici importanti sono quelle in corrispondenza delle placche in cui è suddivisa la Terra. In queste zone (come la faglia di San Andreas in California) le persone sanno che più frequentemente si verificano le scosse, più sono fortunati: perché significa che le energie non si stanno accumulando, di conseguenza sono basse.

Quando invece le scosse non si verificano con frequenza, il rischio aumenta: nel caso del Giappone prima dell’11 marzo l’ultimo intenso terremoto risale al 2007 e ancora prima al 1995.

Per misurare un terremoto ci sono sostanzialmente due scale utilizzate universalmente e molto diverse fra loro, la scala Richter e la scala Mercalli. Mentre la prima è assoluta e misura l’intensità effettiva del sisma, la seconda è una scala relativa che classifica l’evento a posteriori valutando i danni causati: può capitare quindi che un terremoto di intensità elevata porti leggere distruzioni e viceversa. Per dare un’idea: il terremoto de L’Aquila nel 2009 ha registrato 5,9 gradi nella scala Richter ma il decimo livello della scala Mercalli (gli effetti sono stati ben più gravi rispetto ai 9 gradi della scala Richter registrati a Sendai qualche giorno fa, che arrivano “solo” all’ottavo livello).

Le scosse successive a quella principale sono solitamente di minore entità, e vengono dette scosse di assestamento in quanto il terreno si assesta a un nuovo equilibrio. Dopo una scossa di 9 gradi nella scala Richter (che viene stimata circa a 1 ogni 20 anni) si esclude una replica successiva: le energie accumulate non sarebbero le stesse. Questo non esclude che basti una scossa anche lieve per portare danni maggiori al terreno già provato, ma si può credere che dopo una catastrofe di 9 gradi i danni maggiori li porti un assestamento?

Quello di cui si teme davvero è la diretta conseguenza di un terremoto, come uno tsunami, che infatti è ben piú pericoloso delle scosse in sé.

Ai giorni nostri l’opinionismo scientifico (vedi i tanto bistrattati Maya e le loro teorie girate e rigirate) viene fatto da gente che di scienza a dire il vero ne sa ben poco o nulla, e mi chiedo: come si fa a dar loro tanto spazio?

Ma soprattutto: dov’è finita la cara, vecchia famiglia Angela???

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